
Uno scatto dell'incontro di disseminazione progetto "Treno della Memoria 2024" - Aula Magna del Liceo Aristosseno, 27 maggio 2024
Auschwitz-Birkenau: non è affatto una gita
Il 27 maggio si è tenuto un incontro con alcuni studenti delle 4^ classi di disseminazione dell’esperienza del “Treno della memoria” a cui ho partecipato insieme a diversi compagni e professori a gennaio di quest’anno. Il fine dell’incontro era quello di far sì che tale esperienza non rimanesse sterile, permettesse alla memoria di ciò che è successo di rimanere viva.
Non mandate i figli in gita ai campi di sterminio. Lì si va in pellegrinaggio. Sono posti da visitare con gli occhi bassi, meglio in inverno con vestiti leggeri, senza mangiare il giorno prima, avendo fame per qualche ora
Liliana Segre
E’ proprio questo lo spirito dal quale è nato il progetto.
L’associazione sceglie di organizzare un lungo viaggio in pullman, e non con altri mezzi, appunto per distaccarsi dal mondo da cui si è partiti, per affrontare la visita proprio come un pellegrinaggio.
I ragazzi vengono divisi in gruppi, ed affidati a due educatori che hanno il compito di guidarli durante tutta l’esperienza. In quei giorni si visita Cracovia: il centro della città, il quartiere ebraico, il Ghetto ebraico, il Museo della Fabbrica di Schindler. L’ultimo giorno abbiamo visitato i Campi di Auschwitz e Birkenau. Alcune visite sono state teatralizzate: gli attori rappresentavano scene di vita e momenti storici relative a quei luoghi e durante le visite ai campi hanno letto brani scritti da diversi prigionieri.
Nel corso del viaggio, durante le sere libere abbiamo avuto la possibilità di socializzare anche con gruppi di altre scuole italiane. Alla fine del percorso, in due assemblee, quella del gruppo e quella plenaria, abbiamo espresso le nostre considerazioni e le nostre emozioni.

Il “Treno della memoria” è stata un’esperienza che mi ha segnata profondamente e che non dimenticherò. Si tratta di un viaggio che non si affronta con il fine di conoscere, perché i fatti, gli eventi storici li leggiamo nei libri, li vediamo nei film e li studiamo a scuola. È diverso però trovarsi nei luoghi in cui l’orrore è avvenuto, a pochi passi dagli oggetti posseduti da tutte quelle persone innocenti torturate, disumanizzate, annientate, senza colpe, per il solo fatto di esistere. Quei binari, quelle baracche, attraverso cui siamo passati, coperti bene per contrastare il freddo, erano stati attraversati anni prima da gente costretta a camminare scalza in vestiti di cotone anche in pieno inverno.
Quando eravamo a Birkenau, in un momento di pausa della visita, mi sono fermata a pensare, a immaginare i vagoni che passavano su quei binari, le baracche colme di prigionieri: un bambino rannicchiato in un angolo che non capiva a cosa stesse andando incontro; un uomo che invece sapeva fin troppo bene cosa gli sarebbe successo, perché aveva lottato fino alla fine purché tutto ciò non continuasse; due ragazzi, uno di fianco all’altro, che fingevano di non conoscersi, nonostante fossero innamorati, sperando che questo li avrebbe salvati; una donna che sapeva che non avrebbe mai più rivisto sua figlia, dalla quale si era appena separata. Quella bambina poteva aver fatto uno dei tanti disegni visti sulle pareti di una stanza ad Auschwitz.
La mia compagna, Giulia ha espresso così le sue emozioni:
Fu quello il giorno in cui si decise che il suo destino era segnato, la sua vita era diventata un gioco, la sua libertà negata. Fu quello il giorno in cui venne privata della sua umanità, del suo essere donna, dei suoi diritti. Fu quello il giorno in cui guardò in cielo, entrò in quella stanza buia, pensò a sua figlia, e le accarezzò il cuore con la delicatezza che solo una madre ha. Il suo ultimo pensiero fu a lei. E poi un fiore, sopra quel terreno colmo di cuori che non si sono mai spenti. Il fiore della vita, della speranza, della tenacia. Il fiore del ricordo che mai appassirà.

Questo viaggio mi ha fatto riflettere anche su l’intolleranza nei confronti dei “diversi”. Ma oggi dobbiamo anche noi essere intolleranti; non dobbiamo tollerare la cattiveria che genera gli orrori. Dobbiamo essere intolleranti nei confronti di chi quegli orrori ha il coraggio di giustificarli. Dobbiamo essere intolleranti nei confronti dell’indifferenza, per diventare l’arcobaleno che colora la “zona grigia” di cui parlava Primo Levi.